Confermare l’assoluzione di Stefano Binda. È la richiesta del sostituto procuratore generale della Cassazione Marco Dall’Olio nel processo sul delitto di Lidia Macchi, violentata e uccisa con 29 coltellate 34 anni fa nei boschi del varesotto.
Il pg ha chiesto ai giudici della prima sezione penale della Suprema Corte di dichiarare inammissibili i ricorsi presentati dalla procura generale di Milano e dalle parti civili nel processo che vede imputato Binda, ex compagno di liceo della vittima.
Nella sua requisitoria davanti ai giudici della prima sezione penale, il pg di Cassazione ha esordito sottolineando come questa sia “una vicenda complicatissima e delicatissima”. Esaminando i ricorsi, il magistrato ha rilevato che, a suo parere, la sentenza di assoluzione pronunciata in appello per l’imputato “regga”, mentre i “motivi della procura generale sembrano una rivisitazione dei processi di merito”. In sostanza, secondo il pg, “nessuno rileva contatti tra Binda e la vittima, l’alibi dell’imputato non viene smentito, non corrisponde a quello di Binda il dna rintracciato sul corpo della vittima”. Poi, il pg Dall’Olio ha ricordato la lettera anonima al centro del dibattimento: “L’autore dell’omicidio è per forza l’autore della lettera? Forse c’’è un indizio che Binda l’abbia scritta, ma – ha osservato il pg – nulla, tranne che una suggestione, ci dice che l’autore della lettera sia l’autore del delitto”.